URBANISTICA
L’Agenda 21, ossia le cose da farsi nel 21° secolo, approvata nel 1992 dalla conferenza mondiale di Rio de Janeiro, definisce l’aria, l’acqua ed il suolo come beni comuni finiti, e individua nella partecipazione dei cittadini la condizione necessaria per stabilire le strategie opportune.
La Carta di Aalborg, approvata nel 1994 e chiamata “Carta delle città europee per uno sviluppo durevole e sostenibile”, definisce gli impegni per l’attuazione dell'Agenda 21 a livello locale necessari per un modello urbano sostenibile.
Il Protocollo di Kyoto, approvato nel 1998 e finalizzato alla diminuzione delle emissioni dei gas responsabili del riscaldamento del pianeta, costituisce una logica conseguenza di quanto sopra riportato.
Il comune di Cesena, con propri atti deliberativi, ha aderito sia ad Agenda 21 sia alla Carta di Aalborg impegnandosi, in tal modo, ad attuare politiche sociali ed urbanistiche coerenti e, per quanto in suo potere, a contribuire alla diminuzione dei gas serra.
Il territorio comunale rileva storicamente la più alta percentuale di case sparse dell’intera Emilia-Romagna, perché gli alti valori produttivi dei terreni agricoli e i loro specifici prodotti hanno consentito insediamenti abitativi con limitate estensioni fondiarie, dando luogo ad un intenso rapporto fra la casa della famiglia contadina ed il fondo agricolo.
In Italia sembra che si consumino ogni anno 100.000 ettari di terreno agricolo, a fronte della Germania (obiettivo prefissato per le trasformazioni urbanistiche: 11.000 ettari) e dell’Inghilterra (8.000 ettari).
La Variante Generale al PRG di Cesena, ossia l’attuale strumento urbanistico, prevede che nel prossimo decennio siano trasformati 250 ettari di terreno agricolo per destinazioni residenziali ed altrettanti per destinazioni produttive. Quest’ultima quantità è pari al 50% delle aree produttive costruite a Cesena nella sua storia .
La compresenza di importanti infrastrutture stradali (via Emilia, Secante, Autostrada ed E45), la voglia di nuove (ad esempio la cosiddetta via Emilia bis, inutile per la mobilità e dannosa per
l’ambiente), l’esistenza di servizi a livello superiore, la specifica realtà agroalimentare hanno contribuito a far sì che l’offerta di terreno edificabile sia di tal portata per cui, di fatto, diventa sempre meno riconoscibile la zonizzazione del territorio. Chi riesce a dire dove finisce la periferia della città e dove inizia la campagna? E quale periferia sta mai nascendo dalla trasformazione dell’esistente visto che la città consolidata, cresciuta negli anni ’50, a seguito di altissimi indici edificatori vede sorgere condomini là dove esistevano case mono o bifamiliari lungo strade di lottizzazione larghe appena 5 metri?
E però il bilancio comunale ne “beneficerà” sicuramente, visto che i proventi dagli oneri di urbanizzazione e dal costo di costruzione dei fabbricati saranno utilizzati non solo per spese di investimento, come previsto originariamente dalla legge istitutiva, ma anche per le spese correnti.
Intanto, la mancanza di una legge nazionale che regolamenta l’uso dei suoli fa sì che si individuino soluzioni per il reperimento degli standars urbanistici (verde, parcheggi,…) complesse ed a rischio di legittimità (la perequazione).
Mentre una pressochè nulla attenzione governativa all’edilizia pubblica rende precaria la situazione di chi cerca un alloggio a prezzi rapportati ai propri bassi redditi.
Proprio per questo è sempre più urgente che la Regione, in attuazione della finanziaria 2008, inserisca nella propria legge urbanistica l’obbligo di prevedere l’edilizia pubblica fra gli standards obbligatori da cedere al comune.
Ecco, il PRG potrebbe essere rivisitato a partire proprio da queste osservazioni.